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martedì 22 ottobre 2013

Il Sommo Poeta del Gioco del Ponte .....Giacomo Bracci.









Abbiamo l'onore, di avere nostro ospite,il factotum, della magistratura del San Michele,non che scrittore del gioco del ponte e ultimamente speaker radiofonico della trasmissione "Quelli che il Gioco",un vero amante del gioco a 360 gradi impegnato ogni giorno a far vivere attraverso le sue letture,le sfaccettature più nascoste del gioco.

Nome?
Giacomo

Cognome?
Bracci

Scrittore, speaker radiofonico, ufficiale addetto… ma in verità chi è Giacomo Bracci???
Un ragazzo come tanti che cerca sempre di fare del suo meglio. Forse sono un po’ tutte queste cose, e ne sono fiero. Ti dirò, io non amo molto le definizioni e non sono troppo attaccato ai ruoli. Penso semplicemente che conti dare un buon contributo in quello che si pretende di fare. 

La tua storia come scrittore?
È una passione che coltivo fin dalle elementari. Ho sempre scritto, mi inventavo storie e poesie. Al liceo dirigevo un giornalino di classe, poi all’università mi sono messo sotto più seriamente e nel 2003 ho pubblicato il mio primo racconto per bambini, Il carrozzone notturno di Willy Bert, con la casa editrice Alberti di Arezzo, che ha ricevuto un buon apprezzamento di pubblico e il premio Ceppo d’Argento come scrittore esordiente. Da lì è stato un crescendo.

Che tipo di scrittore sei? Ti è difficile esserlo?
Più che uno scrittore mi ritengo un “raccontatore”, e credo mi riesca in modo molto naturale. A me piace raccontare le storie e le persone. Traggo ispirazione da tutto ciò che mi circonda e cerco di valorizzarlo. Sono convinto che intorno a noi ci siano fonti infinite di idee e spunti. La mia svolta credo sia stata quando ho preso consapevolezza di un punto fondamentale: si scrive per chi legge, sempre. Soltanto se ci liberiamo dall’inganno di dover compiacere noi stessi, possiamo dare davvero un buon servizio agli altri. È un principio che cerco di applicare in tutto quello che faccio, in special modo quando scrivo.

Le tue pubblicazioni sul Gioco di cosa trattano?
Sono raccolte di memoria. Più che libri sul Gioco li ritengo libri del Gioco, in quanto prendono forma dai racconti di vita delle già tante persone che finora ho intervistato. Credo che siano pubblicazioni interessanti perché per la prima volta spiegano qualcosa della nostra manifestazione che non era mai stato messo nero su bianco e, ultimo ma non meno importante, mi dicono tutti che sono divertenti.

Come è partita l’idea della trasmissione radiofonica “Quelli che il Gioco”?
L’idea originaria è del mio attuale Magistrato Alessandro Trolese, fondatore anche di Wall Radio, il quale mi disse «Giacomo, perché non si fa una trasmissione sul Gioco del Ponte?» e io risposi «Certo! La chiameremo Quelli che il Gioco.» Ricordo che mi dettero l’okay per cominciare a pochi giorni dalla prima diretta, il venerdì pomeriggio per il martedì sera. Mi attaccai subito al telefono per reclutare gli ospiti e fui contentissimo di notare come grandi personaggi sia di Tramontana che di Mezzogiorno accettassero volentieri il mio invito. Questa è la cosa che mi fa più piacere in assoluto, ovvero rendermi conto di come ciò che stia cercando di fare venga riconosciuto e apprezzato su entrambe le sponde dell’Arno. Ne sono davvero orgoglioso e ciò mi sprona a continuare.

Chi vorresti avere ospite in trasmissione ed al momento non è sei ancora riuscito a intervistare?
Ho una lista lunghissima di ospiti che vorrei in trasmissione, anzi, si fa prima a dire che io vorrei tutti, dal primo all’ultimo! Il mio desiderio è quello di dare voce a quanti più protagonisti, simpatizzanti e appassionati possibile, perché sia veramente Quelli che il Gioco. I miei microfoni sono a disposizione di chiunque abbia argomenti, idee e voglia farsi avanti. Ti rispondo però con un desiderio impossibile ma che ci tengo a fare presente. Se potessi intervistare veramente chi voglio io, in barba perfino alla grande mietitrice, non avrei dubbi: Ivo Pucciarelli. È da quando mi sono avvicinato al Gioco, e in special modo al San Michele, che mi rammarico di non averlo conosciuto e di non poter, anche solo per una volta, parlare con lui e farmi raccontare la sua versione dei fatti. Peccato davvero.  

Come mai scrivere libri sul Gioco del Ponte? Da dove parte questa passione?
Nell’anno 2010 il Gioco del Ponte mi è venuto a prendere per i capelli (che non ho) e mi ha caricato sulla sua grande giostra. Nel bene e nel male lo considero comunque un privilegio. Da allora la mia vita non è stata più la stessa. Per ulteriori dettagli leggetevi la postfazione a L’Aquila sul Ponte, che non a caso si intitola “Come mi ritrovai Aquilotto”.

Quali sono stati gli strumenti e le persone di cui ti sei maggiormente avvalso per la tua ricerca storica per scrivere i testi sul Gioco?
Gli strumenti principali sono stati senz’altro la passione, la curiosità, la sensibilità e l’umiltà. In secondo luogo ho avuto modo di leggere e studiare soprattutto i testi del Prof. Zampieri e di Paolo Gianfaldoni, tutti libri ricchi, puntuali e illuminanti. In terzo luogo, come i miei intervistati sanno bene, il mio strumento principale è il piccolo registratorino portatile che tiro fuori dalla tasca ogni volta che vado a raccogliere la testimonianza di una persona. Lo faccio sia per non perdermi una parola che per stare concentrato su cosa la persona stia realmente cercando di trasmettermi. E una volta a casa sbobino tutto per ore e ore… ma ne vale la pena.


Quali sono i problemi e le responsabilità di scrivere su persone reali?
Questa è un’ottima domanda perché mi permette di chiarire un punto secondo me fondamentale. Credo che l’apprezzamento intorno ai miei testi derivi innanzitutto dall’approccio con cui li ho scritti. Io mi avvicino alle persone in punta di piedi, evitando sempre di giudicare e cercando essenzialmente di capire. Cerco di mettermi nei loro panni e di immaginare il perché dei loro comportamenti, sforzandomi in special modo di ricostruirne le sensazioni e i sentimenti. La responsabilità è tanta, però con questo approccio e un minimo di capacità la si riesce a gestire e valorizzare. Capisci che ci sei riuscito quando le persone ti dicono «L’hai scritto meglio di come te l’ho detto io.» Soddisfazioni straordinarie.   

Questi libri possono far riscoprire le radici della cultura e delle tradizioni di Pisa? È importante ripartire dalle scuole per radicare il messaggio del senso di appartenenza della città al Gioco?
Questi sono libri che possono far capire tutto quello che stia dietro al Gioco e in generale alle nostre manifestazioni storiche. Sono rivolti a un pubblico adulto ma è indubbio che promuovere queste consapevolezze nelle scuole sia essenziale. I migliori incontri sono sempre quelli con i bambini. Uno dei più belli è stato a giugno scorso, alla Libroteca C’era una Volta sul lungarno Mediceo, in cui avevo inventato un gioco carino per far imparare ai bambini di 5-6 anni quali fossero le Magistrature di Tramontana e quali di Mezzogiorno. Puoi immaginarti che bello vedere come dopo dieci minuti le sapessero meglio di me. Siamo tutti chiamati a divulgare ed educare, tutti.

Chi è stato da ispiratore per i tuoi libri?
La vera ispiratrice di tutti i miei scritti è sempre la voglia di fare qualcosa di buono, che possa piacere e venga apprezzato. Io scrivo per chi legge, e cerco semplicemente di scrivere un libro che avrei piacere di leggere, di divertirmi per far divertire, di emozionarmi per far emozionare, altrimenti sarebbe tutto inutile.

Qualcuno ci definisce buffoni esaltati... te che parere ti sei fatto di chi suda e si allena tutto l’anno per la battaglia finale di giugno?
Che sono persone normali, schiette, veraci, magari talvolta un po’ troppo ghiozze ma in cui perlomeno alberga l’invidiabile fuoco di una passione sincera che li fa sentire vivi. Forse fra i combattenti si anniderà anche qualche buffone esaltato, però la maggior parte sono uomini che accettano un destino grave, quello di sopportare una fatica che oggi secondo me è diventata estrema, e lo fanno pagando un prezzo molto alto. Il meccanismo del Gioco è sadico perché non ti permette di distinguerti. O tutti avanti o tutti indietro. È impossibile capire se un combattente sta spingendo alla grande mentre, chessò, un suo compagno ha già mollato da cinque minuti. A differenza di una partita di calcio, per esempio, nessuno potrà mai essere “quello che comunque ha giocato benissimo nonostante la sua squadra abbia perso”. Fra i tubi regna l’anonimato. Penso che a tutti questi uomini si debba innanzitutto un grande ringraziamento per rendere possibile e avvincente la nostra manifestazione, al costo davvero di moltissimi sacrifici.

Cosa ci fa un Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università di Pisa nel Gioco del Ponte?
Quando lo capisco te lo dico J

Che prototipo di lettore e di acquirente avevi in mente mentre scrivevi questi libri?
Sinceramente il me stesso di quattro anni fa, ovvero un pisano o non pisano qualunque che non sapesse un cavolo di nulla del Gioco e ci si ritrovasse nel mezzo. Il pregio dei miei libri infatti è che si possono apprezzare anche senza essere esperti o grandi conoscitori del Gioco del Ponte. Si leggono come comuni romanzi, in cui il lettore è guidato in una storia che più la leggi e più avresti voglia di leggere. Questo me l’hanno detto in tanti e mi fa veramente piacere.

Se dico Bob Biagi?
Io dico Capitano. Ho stretto da subito un ottimo rapporto con Bob, a cui mi legano un’amicizia e stima profonde che credo siano reciproche. Lo ammiro molto, sia come persona che come capitano del Gioco. È un uomo con tanta pazienza, capacità e lungimiranza, mai rissoso, sgarbato o fuoriluogo. Sa unire calma e determinazione come pochi altri. Sa prendersi le sue responsabilità e non esita ad ammettere i propri errori. La sua è una leadership ferma ma serena. È indubbio che sia una persona che fa la differenza. Come suo ufficiale a me piace anche coccolarmelo. Mi piace quando riesco ad aiutarlo e a risolvergli i problemi. Entrambi siamo consapevoli di come il dialogo e la collaborazione siano una strada maestra per il successo. Bob è un uomo da cui imparare tanto.

Scegli tre persone del Gioco che vorresti portare su una ipotetica arca di Noè?
Questa è una domanda fichissima, ma come ti è venuta? Mmm, difficile dare una risposta. Allora, intanto ci porterei sicuramente il mio amico Luca Barbieri, attuale Ufficiale di Piazza di Tramontana. Luca è una persona buona, onesta e profondamente innamorata di Pisa e del Gioco e se lo meriterebbe. Poi ci porterei Bob per tutti i motivi detti sopra. La terza persona mi mette in difficoltà. Mi ronzano in testa tanti nomi, ma prima di farne uno e abbandonare gli altri ti dico che su quell’arca secondo me meriterebbero di salirci tutti coloro che a) non sono morbosamente attaccati a un ruolo e a un costume; b) fanno il Gioco per amore della manifestazione e non per trarne compiacimento, vantaggi o benefici e c) sanno riconoscere i meriti di una buona azione o affermazione indipendentemente da chi l’abbia commessa o pronunciata, senza ridicole distinzioni di Parte o colori.   

San Michele macchina da guerra infernale, dall’esterno priva di difetti, è così?
No, e mi fa piacere che tu me l’abbia chiesto così sfatiamo un mito. Il San Michele non è una macchina perfetta, né tantomeno abbiamo la bacchetta magica per vincere o andare avanti al meglio. La verità è che siamo un gruppo in cui c’è la consapevolezza che ci muoviamo tutti verso un obiettivo comune, in cui non c’è posto per personalismi o arrivismi. Il San Michele non è un’oasi felice e incantata. È un gruppo in cui ogni giorno si svolge un duro lavoro per far sì che le cose continuino ad andare per il meglio, in tutto e per tutti. Siamo legati gli uni agli altri, ci vogliamo bene e cerchiamo in special modo di prevenirli i problemi, così che poi non dobbiamo sudare sette camice per risolverli. Abbiamo anche noi le nostre difficoltà e siamo persone fatte di carne e ossa, con le nostre debolezze, però esiste una sorta di spirito di gruppo riconosciuto da tutti che ci fa essere sempre e comunque una squadra in cui ognuno è consapevole del proprio ruolo e cerca di svolgerlo al meglio. Chi non si sente allineato con questi principi capisce subito di non essere al proprio posto e di conseguenza si allontana da solo.  

Una tua proposta per migliorare il Gioco del Ponte nel futuro?
Innanzitutto, e qui so di ribadire una questione ovvia, restaurare i costumi e reintegrare così il patrimonio storico del Gioco, e poi lavorare sulla sua visibilità mediatica. Penso che l’amministrazione attuale stia compiendo molti passi giusti in questa direzione e mi auguro che altri se ne possano fare nel prossimo futuro. Nel mio piccolo, attraverso i libri, la trasmissione e le altre iniziative collaterali, cerco anche io di fare la mia parte. 

In questi giorni sul social network si è aperta un’animata discussione su alcuni punti del regolamento tecnico del Gioco in vigore dal 2012. Le tue considerazioni sugli argomenti più spinosi: vietare il Gioco agli ultracinquantenni, vietare il Gioco a chi colleziona 10 anni di spinta sul ponte, far stare fermo il combattente che passa l’Arno per un anno.........cosa ne pensa Giacomo Bracci?
Qui la questione, hai ragione te, è spinosa. Non sono d’accordo né di vietare il Gioco agli ultracinquantenni né a chi abbia già collezionato 10 anni di spinta sul ponte. Trovo che chiunque, se motivato e in buone condizioni di salute, debba poter partecipare. I divieti non mi piacciono per definizione, tanto più li trovo stridenti con una rievocazione storica attuata completamente grazie all’apporto di volontari. Sullo stop di un anno al combattente che passa l’Arno invece sono possibilista, in quanto trovo piuttosto insensati i capovolgimenti di fronte, e se questa norma dovesse servire a dissuaderli la sottoscriverei volentieri. Ma che fine ha fatto il tanto bello spirito di appartenenza che rende significativo lo sforzo e il coinvolgimento? Possibile che combattere per Tramontana o per Mezzogiorno per certi uomini sia la stessa cosa, che non significhi nulla onorare una bandiera e determinati colori? Mah. Sarà che io un domani se dovessi non operare più nel mio gruppo non ne cercherei davvero un altro ma me ne tornerei beatamente a casa, però queste cose mi sembrano piuttosto assurde.

Le attività nel civile della vostra magistratura nel 2013?
Tantissime. Dalla befana in palestra alla conferenza sul Gioco nel 1700, dalla vetrina allestita all’Hotel San Ranieri al mio libro sul Picchetto. Basta leggersi il mio editoriale “Civilmente 2013” sul nostro giornalino annuale “Il Rapace” per scoprirle tutte. Bolle sempre in pentola qualcosa di nuovo. Come ufficiale addetto posso dire che cerchiamo di avere un civile all’altezza del militare, quindi ti puoi immaginare quanto ci tocchi suda’!  

Nel 2014 sarà ancora l’anno di Tramontana?
Io spero di sì, ma chi può dirlo. Mi auguro soprattutto che sia un grande anno di Gioco, il migliore finora, in cui potremo assistere a combattimenti avvincenti come l’ultimo Delfini – Santa Maria, uno scozzo che vale una serata.

Un consiglio per gli amici australi per l’anno 2014?
Rinnovatevi. Basta coi vecchi e largo ai giovani. Siete un grande gruppo, con risorse enormi e uomini molto validi, però dovete smetterla di guardarvi indietro e soprattutto di commiserarvi. La sconfitta disimpegna, non dimentichiamocelo. Io mi auguro che rinforziate sempre di più le vostre squadre e il vostro comando, come spero lo faccia Tramontana, così da dar vita a un Gioco avvincente e imprevedibile ben più di quanto non lo sia adesso. Questo è il mio messaggio per gli amici di Mezzogiorno, fra cui sono contento di averne davvero tanti e di sentirmi sempre benaccolto quando partecipo alle iniziative della Parte Australe. 

Un tuo giudizio sul blog?
Lo apprezzo tantissimo. Trovo che sia uno spazio indipendente di cui c’è veramente bisogno e ti esorto a portarlo avanti. Ogni volta che posti un’intervista la condivido sulla pagina FB della mia trasmissione proprio perché la ritengo un atto di democrazia comunicativa che meriti divulgazione. Sono veramente contento di essere entrato a farne parte anch’io. Bravo Adriano. E grazie!






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